La luce che resta di Evita Greco

Titolo: La luce che resta

Autore: Evita Greco. Autrice di “Il rumore delle cose che iniziano”  è una mamma innaztitutto e poi una poetica e sensibile narratrice.

Editore: Garzanti

Pubblicazione: 2018

Pagine: 284

Prezzo:  € 17.90

  • Copertina: ♥/5
  • Storia: ♥/5
  • Stile: /5

Filomena è sul treno, lo prende quasi tutti i giorni. Si siede dove capita, spesso indossa un tailleur rosa e guarda fuori al finestrino, parla con chi ha davanti. Se viene ascoltata o no non è importante, lei è li per sé stessa, per rivivere un ricordo a lei molto caro ma irripetibile.

Poco lontano, distratto ma solo in apparenza, c’è Carlo, suo figlio. Non è un adulto, né un bambino. E’ a metà di un limbo emotivo che lo tiene incatenato al passato, come se avesse una colpa da espiare. Il suo sguardo vaga tra i passeggeri e si posa sempre sulla quella figura fragile, che sta per smarrirsi, che si chiama mamma.

“Con il trascorrere degli anni, con quella consapevolezza dei segnali che non riusciva a ignorare, Carlo si è convinto di non poter sopportare di guardare sua madre precipitare in quella crepa. Ha iniziato a cercare il modo per tenerla lontana da lì, per non rimanere spettatore di quella marcia inevitabile”

Anche Cara prende lo stesso treno, a volte insieme a Vita, la sua bambina. La donna ha sempre il fiato corto, il passo incerto. Il suo braccio tiene forte la figlia ma quella forza si concentra solo lì, il resto non è mai abbastanza. Cara non ha abbastanza tempo per arrivare puntuale né per cucinare cibo buono, non ha abbastanza soldi né abbastanza aiuto per non sentire costantemente pizzicare lacrime dietro gli occhi.

Se nelle crepe che ci portiamo dentro filtra una luce, Carlo sa vederla e quando il suo sguardo si posa su Cara, così per caso, quasi la assapora quella luminosità. Ha da sempre vissuto in una sorta di immobilità, si è convinto che debba vivere solo in un certo modo. E’ certo di non poter cambiare il suo destino. Cara non si accorge di dimostrargli il contrario. La piccola Vita non se ne accorge di insegnare ad un adulto che un giocattolo rotto rimane un giocattolo e che si può andare avanti comunque.

Cara e Carlo si sfiorano emotivamente. Lui vede la luce che resta in lei, lei trova un un uomo che può trasformare il silenzio dei rimproveri e dei sensi di colpa facendolo diventare un posto buono.

In quella che non è neanche l’inizio di una storia, che non ha nemmeno i presupposti della relazione, si muovono due persone in fondo così simili. Entrambe coraggiose, senza saperlo.

I diamanti posso spezzarsi in crepe che non subito si vedono; in attesa di qualcuno che sappia rimettere insieme i pezzi e trovare quella colla che li tenga di nuovo uniti.

Anche Filomena ce l’aveva quella colla, si chiamava Marco. Quando si è convinta di generare solo vite provvisorie, a metà, lui la tirava delicatamente fuori dall’oscurità e le mostrava la luce che resta, unica corda di salvezza.

Si prendeva cura di sua moglie come se fosse una pianta rara durante una stagione difficile. La nutriva, controllava che si riposasse abbastanza, faceva in modo che nessuno le facesse troppe domande o risultasse invadente. L’amava, solo questo.”

Poi qualcos’altro ha preso il sopravvento, su lei, su Marco e soprattutto su Carlo che è venuto su come una Ferrari  ma solo il motore. La carrozzeria non c’è e può solo fuggire, che poi è un eterno tornare.

In questa bellissima storia si parla di madri e di figli. Si parla della quota di irreversibilità che spetta ad ognuno di noi in forma e nome diversi. Per Cara è la sua bambina, che ha preso tutte le parole che conosceva e le ha trasformate, che le ha fornito la misura della vera felicità. Per Carlo è sua madre, fatta di domande senza risposte, di foto senza sorrisi.

Cara che cerca sempre con lo sguardo la luce che resta sul volto di Vita e che giustifica tutti i suoi affanni e tutti i suoi sogni. Carlo che la cerca tra le crepe dove sua madre sta in bilico non sapendo che un motivo c’è, ha anche un nome, e sarebbe bastato pronunciarlo per sollevarlo da tutte le colpe che si sente sulle spalle.

” Vorrebbe dirle questo, vorrebbe saperle dire quanto sia stato difficile, per lui, elemosinare nel riflesso dello sguardo degli altri l’idea di quello che è. E’ stato il suo impegno principale, per quasi tutta la vita. “

Questo romanzo è stato sottolineato, assaporato e sentito sulla pelle. E’ stato compagno di riflessioni, diario di un passato vissuto. Ci ha portato a galla memorie ed emozioni profonde, facendoci sentire meno sole in quell’universo che si chiama maternità.

Scritto poeticamente, narrato con fluidità e grazia, è stata una lettura vibrante ed intima.

Dell’autrice abbiamo già letto “il rumore delle cose che iniziano“, un libro che ha una delicatezza sconcertante e che ci è rimasto nel cuore. Ora facciamo posto anche a questo, che è forse più sofferto, scava più a fondo nell’oscurità delle crepe umane, mette a nudo sentimenti molto forti.

Il messaggio della Greco, spoglio di qualsiasi moralismo, è quello di non preoccuparsi degli strappi ma di concentrare le forze sul rimetterli insieme e tenerli uniti. Spesso i cambiamenti più belli passano attraverso una rottura buona che fa spazio a qualcosa di migliore, alla luce che resta.

Alla fine qual è questa luce? La luce delle persone, del cuore, dell’amore dentro, la luce della bellezza, dei miracoli inaspettati ed irreversibili come può essere lo sguardo posato sin dentro gli occhi di un figlio. Un figlio che è di tutti perché ci deve essere una forma di solidarietà nel privilegio e nel dovere della crescita.

“Sono loro la luce, tutta la luce che c’è un passo oltre la notte, la luce che resta”.

Una lettura consigliata in assoluto ma in particolar modo alle mamme, come scrive Evita Greco

Per chi mamma lo è, per chi vorrebbe esserlo, per chi sta per diventarlo, per chi lo è stata e per sempre lo sarà. Per le mamme dei bambini che ci sono, di quelli che non sono ancora arrivati, di quelli che sono arrivati senza passare per la pancia, di quelli che sono andati via presto senza andarsene mai. “

 

 

 

 

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